Due anime, una sola persona: quando il rumore ci fa scegliere chi essere. E se non dovessi scegliere?

Durante la presentazione di SIGNAL/NOISE, il workshop che ho portato alla Rome Future Week, ho raccontato di avere due dimensioni professionali. Le voglio presentare anche a voi.

Col passare degli anni, mi sono resa conto che queste due dimensioni, o forse due anime, erano già presenti nel mio percorso. E ho compreso quanto, per molto tempo, questa distinzione abbia rappresentato anche per me una sorta di confine, come se appartenessero a due mondi diversi.

Da una parte c’è Stefania docente e coach per le aziende: formazione, competenze trasversali, sviluppo delle persone, orientamento professionale. La concretezza del mondo corporate, fatto di organizzazioni, obiettivi, competenze, performance e risultati.

Dall’altra c’è Stefania che si occupa di benessere emotivo: visualizzazioni accompagnate dalle campane tibetane, Mindfulness, tapping emozionale, Reiki. Una dimensione più interiore, fatta di emozioni, energia, benessere e ascolto.

Due mondi che, a volte, mi sono sembrati persino difficili da conciliare.

Poi ho imparato a seguire i SEGNALI.

E ho capito che non dovevo scegliere.

Perché sono sempre io!


Due mondi che sembravano inconciliabili

Per molto tempo abbiamo imparato a raccontarci attraverso categorie.

Ciò che è serio e ciò che è un hobby.
Ciò che può diventare una professione e ciò che, invece, dovrebbe rimanere semplicemente una passione.

Anche io ho sentito il bisogno di separare, ma guardando oggi il mio percorso, mi rendo conto che queste dimensioni non sono mai state davvero separate. Sono semplicemente parti diverse della stessa persona.

È anche per questo che ho scelto di raccontare apertamente una parte del mio percorso che non sempre compare nei miei profili professionali: sono operatrice Reiki.

Lo dico con naturalezza, perché il Reiki fa parte della mia storia e del percorso attraverso il quale ho esplorato il tema del benessere e della dimensione emotiva della persona.

Non perché penso che debba necessariamente entrare nel mondo aziendale, e nemmeno perché possa sostituire strumenti, competenze o percorsi professionali, ma perché è una delle esperienze che hanno contribuito a costruire il mio modo di guardare alla persona nella sua interezza.

Oggi non sento più il bisogno di nascondere una parte per rendere più credibile l’altra.

Due dimensioni. Una sola persona.


Il rumore che ci dice chi dovremmo essere

Ma se è così naturale essere persone complesse e molteplici, perché a volte facciamo così fatica a conciliare le diverse parti di noi?

Perché c’è il NOISE.

Il rumore non è soltanto quello che arriva dall’esterno.

È anche quello che abbiamo interiorizzato.

Sono le convinzioni che ci dicono:
“Non puoi trasformare ciò che ti appassiona in un lavoro.”
“Dovresti scegliere qualcosa di più sicuro.”
“Ormai hai costruito una carriera, non puoi cambiare direzione.”
“Cosa penseranno gli altri?”

E così, poco alla volta, impariamo a mettere a tacere alcune parti di noi. Non necessariamente perché non ci appartengono, ma perché ci sembra più semplice, più sicuro o più accettabile seguire una strada già riconosciuta.

Il rumore può assumere la forma della paura.

Può diventare senso di colpa.

Può nascondersi dietro una convinzione apparentemente razionale.

E può portarci a confondere ciò che vogliamo davvero con ciò che pensiamo di dover volere.


Quello che incontro nel Career Coaching

Questo tema ritorna spesso anche nelle mie sessioni di Career Coaching.

Persone che arrivano chiedendosi quale lavoro scegliere, quale percorso intraprendere, se sia il momento di cambiare.

E, andando più in profondità, scopriamo che a volte la domanda non è soltanto:

“Che lavoro voglio fare?”

Ma:

“Quanto di quello che sto scegliendo viene davvero da me?”

Ci sono talenti che non trovano spazio perché sembrano poco utili.

Passioni che vengono considerate poco serie.

Interessi che vengono relegati al tempo libero.

Competenze che non abbiamo mai pensato di poter trasformare in una professione.

E poi ci sono le aspettative.

Quelle della famiglia.
Quelle dell’ambiente in cui siamo cresciuti.
Quelle del nostro ruolo.
Quelle che arrivano dal confronto con gli altri.

A volte scegliamo un percorso perché è quello che ci è stato indicato.

Altre volte perché è quello che sembra più sicuro.

Altre ancora perché è quello che ci permette di sentirci riconosciuti.

E nel frattempo, una parte di noi resta in silenzio.


Il mio SIGNAL: non scegliere, integrare

Forse è proprio qui che, per me, è cambiato qualcosa.

Ho smesso di chiedermi:

“Quale delle due sono davvero?”

E ho iniziato a chiedermi:

“Come possono stare insieme?”

La risposta non è stata eliminare una delle due.

È stata integrarle.

La mia esperienza nel mondo aziendale non rende meno autentica la mia ricerca sul benessere emotivo.

E il mio interesse per la dimensione interiore non rende meno professionale il mio lavoro con aziende, manager e professionisti.

Sono competenze, esperienze e linguaggi differenti, ma appartengono alla stessa persona.

Ed è forse questa la parte più importante del mio SIGNAL/NOISE:

non si tratta di eliminare il rumore.

Si tratta di imparare a riconoscerlo.

Perché solo quando riconosciamo le voci che parlano dentro e intorno a noi possiamo iniziare a distinguere quelle che ci appartengono davvero.


SIGNAL/NOISE: dal rumore alla direzione

È anche per questo che SIGNAL/NOISE per me non è stato soltanto il titolo di un workshop.

È diventato un modo per raccontare una domanda che considero centrale nei percorsi di orientamento e di Career Coaching:

come distinguere la nostra voce da tutte quelle che abbiamo imparato ad ascoltare?

Durante il workshop abbiamo lavorato proprio su questo: sulle aspettative, sui condizionamenti, sui modelli di successo, sui “devi”, sulle paure che possono interferire con ciò che sentiamo.

Ma il primo passo non è combattere il rumore. È riconoscerlo.

Accettare che quelle voci esistono, e poi decidere quanto spazio vogliamo dare loro.

Perché il nostro SIGNAL non è necessariamente una voce forte, è una parte di noi che, nonostante tutto, continua a chiedere spazio.

Forse la direzione non nasce quando abbiamo finalmente tutte le risposte, ma quando iniziamo a fare domande più nostre.

E quando smettiamo di pensare che per andare in una direzione dobbiamo necessariamente rinunciare a qualcosa di noi.

Due anime. Una sola persona.

E forse non dobbiamo scegliere quale mostrare.

Dobbiamo imparare a farle incontrare.

E tu?

Qual è quella parte di te che stai tenendo in silenzio perché non sai ancora come conciliarla con il resto?

E se, invece di chiederti “quale devo scegliere?”, provassi a chiederti:

“Come possono incontrarsi?”

E se volessi fare due chiacchiere con me per snocciolare questo tema, puoi contattarmi qui.

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